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Aggiornato: Set 2026

DCS ACIS
Console

La console dell'E-2C Hawkeye per DCS World, ricostruita dalle uniche schermate pubbliche di un display del genere. PPI rettangolare, terra grigia su mare nero, spazzata a ventaglio, agganci gialli e readout CRO. La postazione lavora sul suo sensore: portata, orizzonte e terreno mascherano davvero, un ritorno diventa traccia dopo due giri d'antenna, e il collegamento dati arriva a parte, com'è a bordo.

Cos’è

L’ACIS è la console dell’operatore di un E-2C Hawkeye, portata dentro l’applicazione come pagina a sé. Prende la telemetria della missione e la mostra come la vedrebbe chi sta seduto dietro il radar: un PPI rettangolare che arriva agli angoli, terra grigia su mare nero, una spazzata a ventaglio che sfuma all’indietro, agganci gialli e un readout CRO a due colonne.

Vive nella stessa applicazione di Mission Tracker, Live View, GCI Scope, ATC, JTAC e Briefing Builder, e si raggiunge da gcidemo.

Perché l’E-2C e non l’E-3

Il modo si chiama ACIS perché è l’unico display di un velivolo radar di cui esistano schermate pubbliche: un articolo del JHU APL scritto da chi lo ha programmato. Le foto ufficiali delle console dell’E-3 hanno sempre lo schermo oscurato.

La regola è stata semplice: dove si può copiare si copia, dove non si può si dice. Mare #74756D e terra #000108 sono valori misurati sulle schermate, come il ventaglio di 45 gradi e l’alpha sul bordo d’attacco. Ritorni grezzi separati dalle tracce, errore di posizione, ESM, CEC e Link 16 restano tasti spenti, con il motivo nel tooltip: è anche il comportamento vero di una pagina VAB con posizioni non assegnate.

Da modo del GCI a pagina sua

È nato come modo Sentry del GCI Scope, tre pelli del motore Modern. Era una mezza misura: l’aspetto di una console E-3 con i pannelli del GCI, e due strade per la stessa cosa da tenere allineate.

Il motivo dello spostamento è l’impaginazione, non la palette. L’ACIS ha barra di menu, CRO a sinistra, matrice VAB, barra dei pannelli e il PPI in tutto il resto; il GCI dimensiona lo scope misurando i propri pannelli. Sovrapporre le due geometrie voleva dire combattere contro centinaia di regole scritte per l’ambra a fosfori. Così il GCI è tornato a essere quello che dice la sigla, un controllo da terra, e l’ACIS ha la sua pagina.

Il sensore, non l’onniscienza

La differenza con una mappa è che il quadro finisce dove finisce l’antenna. Con lo script di missione la lista dei rilevati la calcola DCS, terreno ed ECM compresi, e vince su qualunque formula. Senza, valgono la portata dichiarata dal sensore e l’orizzonte radar.

Sul server vero una missione dedicata non si può caricare, e con la sola telemetria di Export.lua un contatto dietro una montagna restava sul quadro. Ora c’è un modello di quote per teatro e la linea di vista si traccia davvero, con il rigonfiamento della Terra a 4/3 del raggio. Di ogni cella si tiene il punto più alto, perché per il mascheramento conta la cresta; i picchi isolati della sorgente si tolgono, perché una montagna inventata nasconde un contatto e nessuno capisce perché. Da un A-10 sul Golan spariscono quindici contatti bassi e restano quelli in quota.

La riga di stato dichiara sempre se la copertura viene dal simulatore o dal calcolo: una stima non deve sembrare un dato.

Ritorni, tracce e identità

Un ritorno nuovo è un punto. Dopo due giri d’antenna il tracker apre la traccia e le dà un numero, e se il contatto risponde sul collegamento dati gli associa identità e nominativo. Del resto la console conosce solo il numero di traccia, com’è a bordo.

Il datalink arriva a parte: DCS non espone il transponder di un’unità, ma espone il metodo di rilevamento DLINK, e lo script di missione interroga i sensori una seconda volta con quello solo. Non è un IFF, è il livello di identificazione, che è quello che l’IFF serve a dare. Una barra sotto il simbolo dice che quel contatto lo conosciamo per rete e non col nostro radar.

L’IFF vero arriva da SRS, come fa LotATC: riga nel CRO, anello lampeggiante per l’IDENT, amico per Mode 4 con la chiave della propria parte.

Il quadro

Translate stacca il quadro dal velivolo: si preme, si indica il punto e il PPI resta lì mentre l’aereo va per conto suo; la riga TRANSLATED dice di quanto si è fuori centro ed è anche il bottone per rientrare. La scala si cambia a passi, la rotella avvicina e allarga. Il velivolo che ospita la console si vede, cerchio col punto e vettore a un minuto, ma non è un contatto: niente numero, non si aggancia.

Due agganci danno la BRAA fra le tracce, uno solo il bullseye: è la regola vera del readout. Declare apre un pannello con le cinque identità, Drop dice cosa ha tolto e senza aggancio rimette tutto nel quadro. Ogni tasto lascia un riscontro, perché una console che sembra non fare niente è peggio di una che non c’è.

Transmit apre la radio della postazione sullo stesso ponte SRS del GCI: ponte assente, pronto, ON NET con la frequenza, RX con chi sta parlando, TX. Sotto, quanti sono connessi sulla frequenza, che è il numero che conta davvero: sono quelli che ti sentono.

La mappa

Le coste che il progetto usava da sempre erano polilinee disegnate a mano, tratti aperti che non si possono riempire. Ora la terra viene da Natural Earth 1:10m per tutti e tredici i teatri: anelli chiusi di terraferma, laghi e confini, semplificati con Douglas-Peucker. Le tile fotografiche restano ammesse come sottofondo opzionale, non come base: qui il riferimento è terra grigia piatta su mare nero, e da un raster non si accende un livello per volta, che è invece quello che fa il Geo Ctrl dell’originale.

Accesso

Aperto su gcidemo.alessandrosimonitto.it/acis, con l’avviso della demo al primo ingresso. Come il GCI e l’ATC si apre anche da un link con token di sessione, e un utente legato a una sessione ci viene rimandato da solo.